07/25/2024
Da Baskë
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Il limite del sud discende dalla sua storia amara. Per secoli si è giocata la sopravvivenza da contadini legata a piccoli terreni da cui trarre per se e per il padrone un ricavato, direbbe taluno un plusvalore infame.
Spesso quel ricavato non bastevole ha connaturato un modello di sopraffazione anche se la mancanza apparente di conflitto lo ha reso impalpabile. Il 99 il 48 e il 60 confluiti evincorporati nella epopea nazionale ne ha sbiadito questo aspetto. D'altra parte l'accelerazione degli eventi non ha fatto maturate un costume civile adeguato.
La solidarietà che era ben presente nella vita sociale, nell'aiutarsi vicendevolmente, la nostra classica gjtonia, utile per esaltare spiriti sani, non è diventata mai cooperazione politica per emanciparsi e migliorarsi, per intraprendere, per valorizzare un patrimonio comune. Per tutto il periodo di impianto del modello di vissuto nel paese, al sud è toccata in sorte solo una immigrazione selvaggia, un partire obbligato.
E questa rigidità sociale è perdurata per tuuto il novecento, ben oltre la seconda guerra mondiale, il familismo immorale da tanti stigmatizzaro ne è il ricavato. Dopo una stagione di speranza effimera, dettata dagli uomini impegnati nel risanamento post bellico, una pianificazione dirigistica per l'esperienza della Cassa, non ha potuto inverare le previsioni della Costituzione in quando governata da una perenne politica di stampo legalistico, padronale e e velleitaria è rientrata a governare ogni dinamica precludendo ancora una volta ogni impegno pedagogico a favore della crescita collettiva di quella parte del paese che ne era priva. Nel sud più che al nord, la politica equidistante da benpensanti apolitici, è stata nemica della crescita della comunità, regolatrice inflessibile di un appiattimento pauperistico di una parte del paese come può ve**re ritenuta un valore. Chi non vede in profondità il proliferare delle dinamiche negative, ritiene che uno stato regolatore sia bastevole per governare una comunità. Non cosi quando una diversità permane da sempre. Senza una azione mirata la situazione non può che peggiorare. Questa politica agnostica non é estranea al proliferare della illegalità diffusa. Girando per il sud, sembra che la regola sia: praticate pure l'illegalità mentre io potere faccio finta di non vedere. Che politica è mai questa. Tale politica non può avvantaggiare nessuno. Non vi sono corruttori e aprofittatori, non vi sono coloro che ottengono le migliori concessioni, quando a tutti il diritto viene negato non rimane che l'illegalità a cui nessuno può sottrarsi. Questo tipo di società impoverisce tutti, nessuno escluso. Le amministrazioni diventano oppressive, statiche perché oberate da un immenso patrimonio reso inutilizzato, man mano la P. A. si ritrae diviene
incapace persino di fornire i servizi essenziali tipo viabilità, sanità, sicurezza. Capovolgiamo l'andamento, poniamo il prodotto e tutto ciò che lo rende possibile interesse della sollecitudine pubblica. Il prodotto è emanazione della operosità dell'uomo, non è neanche per sua natura o per diritto divino, almeno questo l'abbiamo compreso, destinato a produrre plusvalore opressivo, ma governato con intelligenza oltre la soddisfazione degli operatori quel surplus pur moderato che rimane può ben servire per destinarlo alla crescita del processo di collettivazione dello sviluppo. Ogni prodotto che regge il mercato attiva un processo positivo. Se non l'attiva si attiva un percorso innovativo e niente allora risulterá fuori mercato. Può essere questo percorso trasformato in progetto politico. Io credo di si. La tassazione rapportata al successo secondo una rigida progressività, può ben operare nel gestire i servizi collettivi da governare in modo elastico per assecondare una logica mercantile aggiornata, che possa offrire paritariamente ai diseredati di tutto il mondo una possibilità di impegno lavorativo. Chi sono i nemici di questa prospettiva, di certo coloro che sono oppressi dalla avidità e dall'avarizia. Torni la politica a liberare l'uomo, tutti gli uomini. Mettiamo ai margini coloro che vogliono risolvere in breve tempo processi che hanno bisogno di evoluzioni secolari. La proprietà privata un giorno non sarà più utile, non possiamo saperlo, rendiamola un valore sociale, e man mano sarà un bene comune. Ogni volta che a una generazione subentra un altra lo stato la dimezza il patrimonio sia se grande che minimo, basta decidere che la quota di proprietà che incamera lo stato, per eticità non può essere incamerato, ma va devoluta a patrimonio sociale, a sviluppo collettivo, e corresponsabilità solidale tra privato e comunità. Ritorneremo a tenere unite le famiglie nell'interesse della cogestione della parte comune del patrimonio familiare. Ecco il Consorzio obbligatorio morale, garantito come bene pubblico. Il patto generazionale che garantiva le pensioni solidaristiche per tutti è entrato in crisi per diminuzione della parte produttiva della compagine sociale. L'equilibrio si stabilisce non con il taglio delle pensioni ma con l'integrazione degli operatori attivi. La mia famiglia ha sopravissuto lavorando i campi allevando bestiame per secoli, oggi quella proprietà non produce ne grano ne olio ne vino ne frutta non un armento vi pascola ne una selvaggina vi si stanzia. Io non voglio ridurmi a negriero per rendere ancora produttivo quella proprietà che ha visto decine e decine di generazioni lavorarci e sopraviverci, non voglio ricavarne un censo paritario come in antico, ma prima di andare dal notaio per rendere eredi i miei figli vorrei pensare a come capovolgere questa dinamica distruttiva, che distrugge ogni potenzialità... Come e
quanto può ritornare a produrre, a quanti addetti garantisce lavoro, lo stato garantisce il rischio di investimento migliorativo, cofinanziato dalle mie risorse private, proviamo ad arrivarci... Tanti quesiti a cui potremmo rispondere, mettendoli in fila uno dopo l'altro, ma senza imbrogliare il filo conduttore e partendo dal suo nodo primario.
In ogni tempo ci dice... sappiate di essere amati da Dio... per una persona arbëresh, questo comporta ritornare in comunità, quella primaria, decidere come vivere il Vangelo da arbëresh, come coniugare esegesi ed ermeneutica, e interpretando il lascito ricevuto immergersi nella nostra particolare escatologia...ma dopo ci si misura col comandamento di sempre, fate fruttificare la terra.