28/03/2026
«Si è parlato fin troppo spesso della smisurata differenza che intercorre tra le possibilità tecniche degli alpinisti di allora e di quelli dei nostri giorni:
si è detto delle corde, degli scarponi, di tutto, ma davvero però NON si è riusciti a dare, a chi è nato dopo, l'IMMAGINE, la suggestione di quella povertà di MEZZI, e di contro la ricchezza di volontà e di slancio che contemperava quella POVERTÀ.
Bisognerebbe provare adesso a fare una salita come la "Carlesso" alla Trieste per esempio con due corde di canapa da dieci millimetri, legate in vita SENZA l'ausilio di un'imbracatura; e procedere con addosso una ventina di moschettoni d'acciaio PESANTI e una mazzetta da MURATORE in tasca; e salire SENZA casco e sentire che arriva giù anche la più piccola scarica di sassi; e poi lasciare a casa le SCARPETTE d'arrampicata e andar su con qualche paio di pedule slabbrate!
Bene, non si sarebbe consapevoli che della metà del disagio con cui si saluva quarant'anni fa.
Innanzi tutto perché vie come quella erano circondate da un alone di timore REVERENZIALE erano solo i MIGLIORI che andavano a ripeterle; poi perché, qualsiasi cosa sarebbe successo lassù, NESSUNO sarebbe stato in grado di portar SOCCORSO; infine perche la preparazione fisica per salite di quel genere era semplicemente ridicola se paragonata a quella di oggi.
Senza contare poi che indumenti, borracce, viveri, zaini, tutto era al limite dell'impedimento»
[IGNAZIO PIUSSI].
📸In fotografia Ignazio Piussi e Giorgio Redaelli, al rifugio Vazzoler dopo la prima ascensione della Direttissima alla parete sud della Torre Trieste sullo sfondo.
Nel settembre 1959 insieme aprono una via diretta – nota appunto come direttissima – sulla parete sud della Torre Trieste (2.458 metri) dopo 79 ore di arrampicata, utilizzando 330 chiodi normali, 90 a espansione e 45 cunei di legno.