22/04/2023
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Oltre Boccioni, oltre Edward Lear.
I pittori si sa sono persone straordinarie, capaci di regalarci punti di vista sulla realtà radicalmente diversi. Ci sono stati pittori capaci di donarci delle porte aperte per fuggire dalla realtà o degli occhiali per capire meglio il mondo in cui viviamo e, forse, poterlo cambiare.
Tanti pittori, soprattutto paesaggisti si sono susseguiti nell'esplorazione del nostro territorio, risalendo le nostre fiumare a piedi con pesanti zaini, o con l'aiuto di qualche guida a dorso di mulo.
Pittori italiani e stranieri, quasi sempre di passaggio tra Pompei e Taormina, ci hanno regalato bellissime vedute dello Stretto con l'Etna sullo sfondo, tutti conosciamo i paesaggi di Edward Lear e tutto, o quasi sappiamo del suo viaggio nel circondario di Reggio percorrendo faticosamente le nostre fiumare in compagnia dell'inseparabile Ciccio.
Poco o niente conosciamo di tanti altri pittori, illustri o meno, che fossero, ma che in ogni caso, ci hanno regalato un punto di vista differente, una vista con un taglio di luce differente o semplicemente uno sguardo per poter mettere il primo passo su un sentiero diverso dal limite imposto dalla nostra quotidianità.
Mi piacerebbe, e spero che non sia pura utopia, che a questi maestri dello sguardo e del pensiero, la nostra città possa, un giorno, dedicare una mostra, non di opere da usare come carta moschicida per turisti dediti allo sciàlo di passaggio sbarcando da crociere low cost, mordi e fuggi.
Ma opere offerte ai cittadini come mattoni per poter costruire una Reggio diversa.
Nel 1930 Maurits Cornelis Escher percorse la Calabria in treno e in corriera, spostandosi poi a piedi verso le zone più interne della regione. Scoprì una terra aspra e affascinante, molto diversa da quelle visitate nel Grand Tour dei viaggiatori europei. Riempì i suoi fogli di disegni, schizzi e appunti. Produsse, in seguito, varie incisioni dei paesaggi incontrati.
Mi permetto di riprodurre un piccolo frammento del suo diario di viaggio:
"Gli sconosciuti paesini del desolato entroterra calabro sono collegati alla ferrovia che corre lungo la costa solo attraverso una mulattiera. Chi vuole recarvisi deve andarci a piedi, se non ha a disposizione un mulo. In un caldo pomeriggio di maggio noi quattro arrivammo, attraverso la porta della cittadina di Palizzi, con i nostri pesanti zaini, sudando maledettamente e molto affaticati, dopo una stancante escursione sotto il sole cocente.
Ci precipitammo verso una locanda. Era una stanza abbastanza grande, fresca, illuminata solo dalla luce che vi penetrava dalla porta aperta; c'era adore di vino e c'erano innumerevoli mosche. Conoscevamo da tanto tempo il modo di fare poco socievole dei calabresi, ma una reazione ostile come l'abbiamo conosciuta in quel giorno non l'avevamo fino allora mai vissuta. Alle nostre domande amichevoli non ricevemmo altro che risposte scontrose e incomprensibili. I nostri capelli biondi, gli abiti stranieri, lo strano bagaglio, devono aver fatto nascere una notevole diffidenza.
Sono convinto che ci hanno sospettato di iettatura o di malocchio. Ci volgevano letteralmente le spalle e ci mostravano apertamente che la nostra presenza era sopportata a malapena. Con una espressione scontrosa, e senza dire nulla, la moglie dell'oste prese le nostre ordinazioni. In quel momento, quasi solennemente, Robert Schiess, calmo, tirò fuori dalla custodia la sua cetra e cominciò a pizzicare le corde sommessamente, in un certo qual modo per sé stesso, come preso da un sortilegio che si liberava da quello strumento.
Osservavamo lui, e gli uomini intorno a noi, e potemmo vedere come, in un modo meraviglioso, l'incantesimo dell'ostilità venisse spezzato. Dapprima, con un gran fracasso, venne girato uno sgabello e invece di una nuca, si poteva scorgere un volto ... poi ancora uno, poi un altro a bocca aperta, una mano sul fianco e l'altra che distendeva la gonna. Quando il suonatore di cetra si fermò e si guardò intorno, c'erano intorno a lui un bel po' di spettatori che scoppiarono in applausi fragorosi. Ecco che le lingue si erano sciolte: "Chi siete? Da dove venite? Che cosa fate qui? Dove siete diretti?". Ci invitarono a bere vino e noi ne bevemmo molto, troppo, il che non poté che migliorare le nostre relazioni".
De Groene Amsterdammer, Maurits Cornelis Escher, 1932.
Foto: M. C. Escher a Scilla, 5 maggio 1930.
Al grande Nik Spatari.