05/01/2021
Riflessioni, emozioni, storia......
Ci ho messo un po’ a capirlo.
Non sono entrato in polizia animato da un precedente “spirito di corpo”. Anzi, quasi mi repelleva.
Eppure, piano piano, col tempo, ho “subito” una sorta di metamorfosi.
I miei valori di sinistra, la solidarietà, la difesa dei più deboli, il senso della legalità come tutela degli sfruttati, degli esclusi, degli ultimi, sono rimasti intatti, anzi sono cresciuti e si sono “radicalizzati”, ma hanno visto la sovrapposizione di un critico, forte, cresciuto e crescente senso di appartenenza al mondo del lavoro che condivido con le mie colleghe e i miei colleghi.
A 53 anni, dopo 30 di servizio, mi sento “più sbirro e più compagno” che da giovane, e in questi panni ci sto bene, anche quando soffriamo.
La divisa comune ti unisce, certo.
Ma ancor di più lo fanno la condivisione di attese in strada, le tensioni, la piazza, le trattative in una lite in famiglia o in un condominio, o fuori dai cancelli di una fabbrica in crisi, i momenti di scioglimento della tensione e di risate complici, sane, pulite.
Con gli studenti, durante uno sfratto, quando salvi una situazione o quando ti resta la frustrazione di una sconfitta.......
L’unico lato perenne, immutato ed immutabile, sono le/i colleghe/i.
Ci ridi, ti racconti, ascolti, ci litighi per le visioni diverse del fenomeno sociale su cui stai lavorando.....ma ci stai insieme, condividi il caldo, il freddo, la pioggia.
Le emozioni, l’adrenalina per un suicidio evitato o per un arresto desiderato dopo aver visto la sofferenza delle vittime.
Quante storie, quante emozioni, quanti drammi umani......
Lavoro, adolescenza, abitazioni, famiglie, dipendenze, maschilismo.....
Il nostro è un osservatorio privilegiato sulla società, basta mettersi le lenti giuste.
Ecco, un’autocritica alla sinistra di cui faccio parte: avremmo dovuto e dovremmo riconoscere di più il lavoro della categoria di lavoratori cui appartengo.
Riconoscere le difficoltà, i sacrifici, l’isolamento voluto da alcuni che vogliono esserne i “protettori”, da altri per escluderli/ci.
E allora agli uni tocca enfatizzare strumentalmente quando subiamo e coprirsi gli occhi quando alcuni colleghi commettono reati, a volte molto gravi, agli altri viceversa.
Il nostro è un lavoro molto, molto delicato, in situazioni e ruoli molto, molto diversi: volante, digos, ordine pubblico......abbiamo bisogno di lavorare con equilibrio, serenità, senza essere strumentalizzati da demagoghi dai facili e comodi, quanto pericoloso consensi, né criminalizzati da pregiudizi partoriti da comode scorciatoie del pensiero di chi ci vuole solo vedere come “servi del potere”.
Pubblico, soprattutto per le colleghe e i colleghi più giovani, questo articolo su “altri tempi”, tempi di lotta, sacrificio, restrizioni, ma anche solidarietà, progressi, aperture.
Ecco, care compagne e cari compagni della stessa sinistra di cui anche alcuni tra noi si sentono figlie e figli e nella quale cerchiamo di dare il nostro contributo, non lasciate in mano ad altri il riconoscimento della delicatezza ed importanza del nostro lavoro, in cui prima o poi tutte e tutti noi cittadini ci imbattiamo.
Non sminuite la nostra funzione.
Esigete, esigiamo sì, certamente, una polizia efficiente e democratica, ma contribuendo attivamente a quel necessario, utile, ineludibile processo di contaminazioni reciproche.
Ecco l’articolo (e la foto da osservare attentamente).
La nostra storia, la nostra “identità”:
”S'è visto come lo scollamento tra il poliziotto e la società civile di quegli anni fu da imputare, in ultima analisi, al tipo di formazione che il poliziotto riceveva e al suo particolare impiego in chiave repressiva.
Ad aggravare tale situazione, già di per sé grave, fu il fatto che, mancando un qualsiasi strumento rappresentativo di collegamento con gli altri lavoratori – e più in generale, con la società civile –, per anni l’opinione pubblica si disinteressò della polizia e di quanto i lavoratori in uniforme erano costretti a sopportare.
Uno scossone a tale stato di cose derivò da un fatto gravissimo: l’ennesimo gravoso e disorganizzato servizio di ordine pubblico nel quale trovò la morte un giovane agente, la guardia di p.s. Antonio Annarumma.
Annarumma morì il 19 novembre del ’69, in Via Larga a Milano, nel corso di violenti scontri tra polizia e dimostranti dell’Unione dei “Comunisti Italiani Marxisti ‐ Leninisti”. Il giovane agente era autista di una jeep del III Reparto Celere, e venne colpito alla base della nuca da un tubo d’acciaio, scagliato a mo’ di lancia da un manifestante, che lo trapassò da parte a parte. Fu proprio tale episodio a far sorgere nell’opinione pubblica, e nella stessa polizia, una coscienza diversa: la consapevolezza, cioè, che quel giovane poliziotto fosse, in fondo, anch'egli, un essere umano; un ragazzo come tanti altri. Accadde che, con «la morte di Annarumma … le forze politiche si buttarono a capofitto sull’argomento. Anzi il bacio che l’on. Rumor, allora presidente del Consiglio, depose, il 21 novembre 1969, sulla fronte del ca****re della guardia di p.s., segna ufficialmente, nell’irritante teatralità del gesto pretenziosamente simbolico e volgarmente mistificatorio, l’ingresso del problema della polizia nelle grazie della pubblica opinione. Un coro di voci si levò, in quell’occasione, a denunciare, a commiserare, a richiedere. La destra reazionaria rispolverò la giammai abbandonata parola d’ordine del riarmo morale della polizia; la borghesia più o meno illuminata perorò gli aumenti salariali per i tutori dell’ordine; la sinistra riformista centrò la battaglia sulla richiesta del sindacato per i poliziotti» (per approfondire, vd. D’ORSI, Il potere repressivo, la polizia, le forze dell’ordine italiane, Milano, 1972, pp. 46 ss.).
A seguito della morte della guardia Annarumma, i poliziotti del 3° Reparto Celere diedero inizio alle prime proteste: la mattina successiva rifiutarono di partecipare all’adunata; agli ufficiali, che li esortavano ad uscire dalle camerate, addussero la giustificazione che fossero stanchi. Altri agenti manifestarono la loro protesta di ritorno da un servizio di ordine pubblico. Un ufficiale, intervenuto per sedare gli animi, si ritrovò scacciato e insultato: fu, quella, la scintilla che fece esplodere la rabbia dei poliziotti fino ad allora repressa.
La morte di Annarumma costituì, quindi, un giro di boa per i sostenitori della riforma della p.s.
La prima, esplicita richiesta di sindacalizzare la polizia partì dalle pagine della rivista "Ordine pubblico", che, sotto la guida del suo direttore, Franco Fedeli, avrebbe accompagnato il Movimento, ormai nato, nel suo cammino verso la riforma. A quel punto, infatti, non si trattò più di «armare o no i poliziotti, ciò che [importava era] che essi per primi [fossero] considerati come lavoratori e come cittadini, se, veramente, si voleva che [cadesse] il diaframma di odio e di reciproco disprezzo tra poliziotti e lavoratori civili. Non un problema tecnico, dunque, ma politico, ideale, di cultura, di costume. Non una leggina improvvisata e caduta dall’alto, ma la necessità di una profonda e radicale riforma» (Lehner, La lunga marcia dei lavoratori della p.s. – L’autunno caldo, in Nuova polizia e riforma dello Stato, settembre 1977, p. 214).
Da quel momento in poi, le manifestazioni di protesta si susseguirono ovunque, nelle varie caserme del Paese; ma il punto di svolta fu il 21 ottobre 1971, quando, cioè, una sessantina di agenti del primo reparto mobile, in servizio a Torino, in Via Veglia, portarono la protesta fuori dalle caserme … tra la gente. Ecco il resoconto della manifestazione di un quotidiano: «si tratta di un gruppo di giovani, tra i venti e i ventidue anni … In media hanno dodici mesi di servizio e, come succede in ogni settore, soprattutto tra i giovani, lamentano difficoltà d’inserimento […] trasferimenti difficili […] disciplina ferrea […] infine i giovani protestano contro il regolamento che prevede la possibilità di contrarre matrimonio soltanto se si sono superati i ventotto anni di età. Intanto il folto gruppo sfilava ordinatissimo per le vie centrali della città, ed era uno spettacolo nuovo, di cui però quasi nessuno ha capito il messaggio … Non c’erano striscioni né erano gridati slogan, né i passanti erano importunati. In fondo si è trattato di una forma civile di protesta» (tratto da "La gazzetta del Popolo del 22/10/1971). Due giovani agenti, ritenuti gli organizzatori della protesta, furono dapprima puniti con la camera punitiva di rigore, e due giorni dopo incarcerati per concorso in attività sediziosa; i due furono successivamente condannati, dal Tribunale Militare di Torino, a cinque mesi e dieci giorni di reclusione militare, senza condizionale, nonostante la loro incensuratezza. La protesta di Torino del 21 ottobre rappresentò un punto di svolta per l’attività del Movimento: i problemi della polizia erano stati, finalmente, portati all'attenzione dell’opinione pubblica fino ad allora ignara.”.
(cit., dirittierovesci.org)