17/02/2025
È finita così, con la vittoria in realtà più scontata, e già alla vigilia la più quotata (altro che sorpresa), con una canzonetta caruccia, banalotta e piaciona in perfetto stile festival.
Ha vinto il migliore? Assolutamente no. Ma quando mai a Sanremo vince il migliore?
Le lacrime di Giorgia sono state un momento commovente, bellissimo, e l’omaggio con standing ovation del pubblico qualcosa che resterà nella storia del festival, ma obiettivamente il pezzo con cui si è presentata a Sanremo continua ad essere non all’altezza della sua straordinaria voce. E il sesto posto - dirò una blasfemia per molti - è giusto.
Il vero vincitore del festival resta quel ragazzo sulla destra qui sotto che di nome fa Lucio Corsi: un marziano sull’Ariston che ha restituito dignità alla fragilità in un mondo di machismo esasperato. Secondo posto e premio della Critica. Quanto te lo meriti, Lucio.
Completa il podio un eccellente Brunori Sas, unico vero erede dei grandi cantautori italiani.
E ci vuole anche l’onestà intellettuale per riconoscere che Fedez, quarto, ha portato a Sanremo una delle sue canzoni più belle, intime, dolorose. E che quando vuole si ricorda di saper scrivere gran bei testi, perché ce n’eravamo dimenticati.
Si fanno apprezzare Achille Lauro e Bresh, Cristicchi.
Per il resto, sarà ricordato come il festival della noia, dell’appiattimento, di “cuore, patria e famiglia” (rigorosamente al singolare), con la sola Geppi Cucciari che, per una notte, è riuscita a ricordarci cosa sia uno spettacolo e che la satira, tra le righe, se sei dotata di intelligenza e ironia, la puoi fare ovunque. Grazie Geppi.
Mai come quest’anno Sanremo è stato uno specchio impietoso del Paese, dopo anni in cui aveva restituito un’immagine deformata. Carlo Conti ci ha solo mostrato l’Italia per quella che drammaticamente è oggi: pavida, conservatrice, reazionaria. Tra l’applauso del pubblico (tele)votante.