A. Castano Ebanisteria & Restauro

A. Castano Ebanisteria & Restauro - Tecnico del Restauro dei Beni Culturali
- Restauro conservativo di mobili antichi;
- Trattamento

Dopo un percorso formativo decennale presso una delle migliori botteghe di restauro ligneo di Basilicata, dopo un ulteriore affinamento delle tecniche presso un artigiano liutaio in Francia, nasce nel 2010 il laboratorio Alessandro Castano Ebanisteria e Restauro. Un luogo in cui l’onestà e l’amore per le cose e la cultura d’un tempo, abbracciano i principi filosofici dell’eco-sostenibilità, affian

cando cosi l’arte del restauro, inteso come valorizzazione della vita e della storia del mobile, alla realizzazione di mobili originali ed opere artistiche, utilizzando materiali di recupero e scarti di lavorazione.

Tra meno di un mese arriva il giorno più atteso da tutti i materani. Nell'attesa vi rimando un mio scritto dello scorso ...
08/06/2026

Tra meno di un mese arriva il giorno più atteso da tutti i materani.
Nell'attesa vi rimando un mio scritto dello scorso anno.

"La festa della Bruna. La Vita, la Morte, la Rinascita.

Ogni anno, a Matera, la distruzione del carro trionfale lascia chi osserva da fuori perplesso, persino turbato. Le urla, la corsa, le mani che strappano con foga i resti di un’opera meravigliosa. A chi non conosce la festa, può sembrare un atto di vandalismo, un gesto brutale, senza senso. Ma è molto di più.

La distruzione del carro è una metafora potente. È la Vita, con la sua bellezza effimera, i suoi cicli, le sue contraddizioni. È la Morte, che arriva inattesa, impietosa, travolgente. Ma è anche e soprattutto la Rinascita.

Al principio, c'è un'idea. Un progetto.
L’artigiano che realizzerà il carro viene scelto proprio sulla base di quel progetto, e da quel momento comincia un percorso lungo, faticoso, carico di dedizione. Un tempo che richiama i nove mesi della gestazione umana. Un figlio che prende forma tra mani sapienti, giorno dopo giorno.

Poi arriva il 2 luglio. Il carro, come un figlio ormai cresciuto, viene guidato lungo le vie della città, protetto, ammirato, accompagnato dal popolo. Tutti insieme, ognuno con il proprio ruolo: chi prega, chi osserva, chi festeggia. È la vita che scorre, fatta di incontri, legami, emozioni condivise.

E infine, l’assalto. L’attimo in cui la bellezza si fa frammento.
Il carro viene travolto dalla folla e fatto a pezzi. Ma quella furia non è odio. È partecipazione, è catarsi collettiva. Un rito antico e necessario.
La morte non è amorevole, non lo è mai stata. È dura, violenta, spaventosa. Ci toglie affetti, ci priva delle cose che amiamo. Ma è anche il passaggio verso qualcosa di nuovo.
Come ci insegna la religione — e la saggezza popolare — dopo la morte c’è la rinascita.

Ogni anno il carro rinasce. Ogni anno l’artigiano riparte. Ogni anno la comunità si ricompone attorno a questo gesto.

Chi giudica questa festa senza conoscerla, forse si ferma alla superficie. Ma dentro l’assalto finale, c’è l’essenza stessa della nostra umanità. E forse anche qualcosa del divino."

Ho iniziato a leggere Storie e leggende napoletane di Benedetto Croce.Nelle prime pagine ho trovato questa frase:«Il leg...
07/06/2026

Ho iniziato a leggere Storie e leggende napoletane di Benedetto Croce.
Nelle prime pagine ho trovato questa frase:
«Il legame sentimentale col passato prepara e aiuta l'intelligenza storica».
Mi ha colpito perché, leggendo l'intera avvertenza, ci ho ritrovato molto del mio modo di fare il restauratore.
Spesso, quando si parla di studio e ricerca, si immagina qualcosa di distante, quasi freddo. Croce invece scrive una cosa diversa: che l'interesse per il passato nasce anche da un legame personale, da un'affezione, da una curiosità che ci porta a fermarci ad osservare.
Forse è per questo che, nel mio lavoro, il tempo dedicato all'osservazione è sempre molto più di quanto possa sembrare necessario.
Prima di intervenire su una porta, un portone o un mobile, mi ritrovo spesso a cercare di capire perché siano fatti in un certo modo, quali trasformazioni abbiano subito, quali esigenze abbiano portato qualcuno a modificarli nel corso degli anni.
Non è ancora restauro, eppure per me il restauro comincia proprio lì.
Per questo motivo mi sono ritrovato nelle parole di Croce. Perché mi hanno ricordato che l'interesse per il passato non nasce soltanto dalla volontà di conoscere, ma anche dal desiderio di comprendere ciò che altri hanno pensato, costruito e utilizzato prima di noi.

Quando ho lavorato al restauro delle porte di Palazzo Malvinni Malvezzi, passavo le giornate all'interno di quegli ambie...
06/06/2026

Quando ho lavorato al restauro delle porte di Palazzo Malvinni Malvezzi, passavo le giornate all'interno di quegli ambienti cercando di comprendere il linguaggio del palazzo: le sue trasformazioni, le tracce lasciate dal tempo, le mani che vi avevano lavorato nei secoli.
Terminato il restauro, pensavo che il mio rapporto con quel luogo si fosse concluso.
Invece, negli anni successivi, è accaduta una cosa curiosa.
Mi è capitato di incontrare alcuni mobili provenienti proprio da quel palazzo. Mi è stato raccontato che molti arredi furono venduti e dispersi nel tempo tra case private di Matera e del territorio. Alcuni di questi pezzi li ho visti, altri mi sono stati affidati per il restauro.
Oggi è accaduto di nuovo.
Mi sono trovato tra le mani una coppia di volumi della Sainte Bible, stampati a Liegi nel 1701. Due grandi tomi in piena pelle decorata, appartenuti alla biblioteca dei duchi Malvinni Malvezzi.
A raccontarlo è il timbro impresso sulle pagine: "Duca di Santa Candida Malvezzi".
E mentre sfogliavo quelle pagine, osservando le incisioni, le carte geografiche ripiegate e la legatura settecentesca, ho avuto una sensazione particolare.
È come se, pezzo dopo pezzo, si stesse ricomponendo davanti ai miei occhi la vita quotidiana di quel palazzo.
Prima le porte.
Poi i mobili.
Ora i libri della biblioteca.
Oggetti che per decenni sono rimasti dispersi in luoghi diversi, ma che conservano ancora la memoria degli ambienti per i quali erano stati pensati.
Forse è anche questo il fascino del nostro lavoro: non restauriamo soltanto oggetti. A volte abbiamo la fortuna di incontrare frammenti di una storia più grande e, mettendoli uno accanto all'altro, possiamo provare a immaginare come doveva essere la vita all'interno di quei luoghi.
Oggi, sfogliando questi due volumi del 1701, ho avuto l'impressione di aggiungere un altro piccolo tassello a quel racconto.

05/06/2026

Voi, avete mai osservato qualcosa di simile?

La prima volta che vidi un'opera di Antonio Figliuolo non fu in un museo.Fu più di vent'anni fa, mentre lavoravo in una ...
04/06/2026

La prima volta che vidi un'opera di Antonio Figliuolo non fu in un museo.

Fu più di vent'anni fa, mentre lavoravo in una chiesa di Carbone. In un angolo c'era una catasta di vecchie riviste lucane. Sfogliandole, mi colpì la copertina di una di esse: riportava la fotografia di una scultura in legno. Non ricordo il titolo della rivista, non ricordo nemmeno se all'interno vi fosse un articolo dedicato all'autore. Ricordo però perfettamente quella sensazione.
Mi fermai a guardarla e pensai: "Ma chi è che ha fatto una cosa del genere?"

Da allora il nome di Antonio Figliuolo è rimasto da qualche parte nella mia memoria.
Negli anni successivi mi è capitato di incontrare altre sue opere in mostre dedicate agli artisti lucani. Le fotografie, però, non bastavano. Le sculture di Figliuolo sono opere che bisogna vedere dal vivo per comprenderne davvero la forza.

Queste fotografie le scattai durante una mostra a Matera.
Ricordo che quel giorno ero con un amico che iniziava a cimentarsi con la scultura in argilla. Davanti a una di queste opere osservò, con un certo distacco: "Però questo non sa nemmeno come è fatto il volto di un uomo."

Eppure credo che sia proprio qui che si nasconde il fraintendimento più comune quando si osservano opere come queste.
Antonio Figliuolo non cerca il naturalismo. Non vuole dimostrare di conoscere l'anatomia umana, né di possedere le capacità tecniche di uno scultore accademico. I suoi personaggi non sono costruiti per stupire attraverso la perfezione formale.
La sua ricerca è un'altra.
Osservando questa scultura si nota immediatamente come ogni figura sia ridotta all'essenziale. Gli occhi sono semplici incisioni, le mani sono sintetiche, i volti sono semplificati fino quasi a diventare simboli. Eppure nessuno ha difficoltà a riconoscere chi siano quei personaggi.

Il contadino è contadino.
La donna è donna.
Il musicista è musicista.
L'asino è asino.

La forza dell'opera non risiede nella descrizione del singolo individuo, ma nella capacità di evocare un intero mondo.
Ed è proprio questo che trovo straordinario.
Figliuolo non scolpisce persone. Scolpisce una comunità.

Alla base troviamo il lavoro quotidiano: l'asino, gli utensili, gli artigiani, le donne impegnate nelle attività domestiche. Salendo lungo la composizione compaiono i musicisti, i suonatori, le relazioni sociali. In cima, attorno a un tavolo, uomini e donne condividono un momento di incontro.

L'intera scultura appare come una sorta di racconto verticale della civiltà contadina lucana.
Dal lavoro alla festa.
Dalla fatica alla convivialità.
Dalla sopravvivenza alla comunità.
Ciò che colpisce maggiormente è che tutto questo nasce da un unico tronco di legno.
E da restauratore credo che questo sia un aspetto fondamentale.
Queste figure non sembrano essere state progettate separatamente per poi essere assemblate. Sembrano emergere dalla massa lignea, come se fossero già contenute nel tronco e lo scultore avesse semplicemente liberato le immagini che vi erano nascoste.
Il materiale non è un semplice supporto.
È parte integrante del racconto.
Forse è anche per questo che guardando queste opere mi torna spesso alla mente un passaggio di Enzo Spera nel suo libro "Il legno del caprone".
Quando si parla di arte popolare si tende spesso a considerarla una forma minore rispetto all'arte cosiddetta colta. Ma questa distinzione nasce soprattutto dal nostro modo di guardare le cose.
Siamo stati educati per secoli ad ammirare l'arte delle élite: le accademie, i grandi maestri, il naturalismo, la prospettiva, la perfezione anatomica.

L'arte popolare segue invece altre regole.
Non vuole rappresentare il mondo con precisione fotografica.
Vuole raccontarlo.
Vuole conservarne la memoria.
Vuole trasmettere un'esperienza collettiva.
Per questo credo che il confronto corretto non sia con la scultura accademica, ma con la grande tradizione narrativa della cultura contadina, pastorale e popolare.
Ed è proprio lì che, a mio avviso, Antonio Figliuolo raggiunge risultati altissimi.
Le sue opere possiedono quella qualità rara che appartiene alle cose autentiche: sembrano semplici, ma continuano a parlare anche molti anni dopo averle viste per la prima volta.

Forse è per questo che ancora oggi ricordo quella vecchia rivista trovata casualmente in una chiesa di Carbone.
Non stavo guardando soltanto una scultura.
Stavo guardando un pezzo di Lucania.

"Antonio Figliuolo (Picerno), scultore autodidatta e narratore della civiltà contadina lucana."

Qualche tempo fa, mentre osservavo una delle chiese di Matera, mi capitò di notare un dettaglio insolito.Dietro un altar...
03/06/2026

Qualche tempo fa, mentre osservavo una delle chiese di Matera, mi capitò di notare un dettaglio insolito.

Dietro un altare laterale, nascosto tra il muro e la struttura che lo affianca, c'era un dollaro.
Non era un'offerta lasciata in un luogo visibile. Era stato infilato lì, quasi di nascosto.
Mi sono fermato a guardarlo e ho iniziato a chiedermi quale storia ci fosse dietro quel gesto.
Forse era un turista americano. Forse qualcuno che era arrivato da molto lontano. Forse una persona che, entrando in quella chiesa del Sud Italia, ha sentito il bisogno di lasciare qualcosa di sé.
Un'offerta? Una richiesta? Un ringraziamento?
Non lo saprò mai.

Ma a volte sono proprio questi piccoli dettagli, apparentemente insignificanti, a ricordarci che i luoghi storici non sono fatti soltanto di pietra, legno e opere d'arte. Sono fatti anche delle persone che li attraversano, delle loro speranze, delle loro paure, delle loro preghiere.
Quel dollaro è ancora lì.

E ogni volta che riguardo questa fotografia mi domando quale desiderio, quale pensiero o quale storia sia stato affidato a quel piccolo pezzo di carta lasciato in silenzio dietro un altare.

"L'Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro."Così inizia il primo articolo della nostra Costituzione.Oggi,...
02/06/2026

"L'Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro."

Così inizia il primo articolo della nostra Costituzione.
Oggi, però, mi sono fermato a riflettere su una domanda più semplice: che cos'è davvero il lavoro?

Forse il lavoro è molto più antico della Repubblica, degli Stati e perfino dell'uomo.
Il leone che caccia sta lavorando. Il ragno che tesse la sua tela sta lavorando. Gli uccelli che costruiscono un nido stanno lavorando. Le api che raccolgono il nettare stanno lavorando.
Il lavoro fa parte della natura stessa della vita.
L'uomo, nel corso dei secoli, lo ha trasformato: da cacciatore a contadino, da pastore ad artigiano, da muratore a falegname. Ha costruito mestieri, strumenti, conoscenze e competenze sempre più complesse.
Eppure, a volte, sembra che ci siamo allontanati dall'essenza del lavoro.
Lo abbiamo circondato di pratiche, scadenze, norme e burocrazia al punto che, in certi momenti, si rischia di dedicare più energie a tutto ciò che sta intorno al lavoro che al lavoro stesso.
E forse è per questo che molti lo vivono come un sacrificio.
Perché il lavoro smette di essere una parte naturale di noi quando diventa soltanto un mezzo per arrivare alla fine del mese.
Io, invece, quando entro in bottega, mi concentro sul legno, sugli attrezzi e su ciò che sto costruendo o restaurando, ritrovo qualcosa di molto semplice e antico: il piacere di fare.
Forse il vero obiettivo non è lavorare meno, ma permettere a più persone possibile di svolgere un lavoro che sentano davvero proprio, vicino alle loro capacità, alla loro sensibilità e alle loro inclinazioni.
Perché lavorare non dovrebbe significare soltanto produrre.
Dovrebbe significare partecipare, con il proprio talento, a quel grande lavoro che la vita svolge da sempre.

Buona Festa della Repubblica.

Quercia da sughero
01/06/2026

Quercia da sughero

Indirizzo

Via Pentasuglia, 16
Matera
75100

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 13:30
15:30 - 18:30
Martedì 08:30 - 13:30
15:30 - 18:30
Mercoledì 08:30 - 13:30
15:30 - 18:30
Giovedì 08:30 - 13:30
15:30 - 18:30
Venerdì 08:30 - 13:30
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Telefono

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