04/06/2019
- Intervista a Michele Truppi -
"PERCHÉ FOTOGRAFO"
> Fotografare, per me, è un atto di riflessione;talvolta cerco il riflesso di qualcosa di mio nella “realtà” che mi circonda. Altre volte, invece, mi soffermo sui riflessi che ciò che mi circonda proietta dentro di me.
> Se inciampo in una immagine cui qualcuno potrebbe attribuire qualche significato, non c'è mai una volontà didattica, ma solo la manifestazione di una esigenza espressiva.
> Le immagini, al pari dei suoni, hanno il potere di evocare pensieri ed emozioni :poco importa se queste appartengono a me o a chi le osserva.
> In questo la ricerca della “perfezione” tecnica ha il solo valore di agevolare nel raggiungimento di un obiettivo specifico; mi diverte però deviare dalle regole, consapevolmente.
> Non fotografo per gli altri, men che meno per il consenso, che può imbarazzare ma non dispiacere; se proprio dovessi trovare uno scopo, in alcuni scatti, potrebbe essere quello di assistere alla reazione che prende forma sul viso di chi li osserva:immaginare quali flussi di pensieri si inneschino e illudermi di coglierne il filo scrutando il loro sguardo.
"COME FOTOGRAFO"
> Uso fotocamere digitali. Trovo che abbiano reso la fotografia molto più democratica anche se, rispetto all'analogico, presentino anche qualche rischio. Due in particolare… Il primo è cedere alla tentazione di scattare migliaia di foto senza riflettere ;per questo amo il cavalletto e spesso lo uso anche quando le condizioni di luce non lo rendono necessario.
> Il cavalletto limita i miei movimenti, mi costringe a guardare con la testa prima che con gli occhi, mi aiuta a riflettere e a concentrarmi su qualcosa che vedo senza vedere, su qualcosa che spesso vedo solo dopo aver sviluppato la foto.
> Il secondo è di cedere alla tentazione di una post produzione “pesante”. Molto tempo fa mi affascinava soprattutto per le immagini iperrealistiche che sipossono ottenere, ed ancora oggi la potrei usare ma solo se evidente, non mascherata o camuffata sotto un alone di naturalezza. Le uniche correzioni che mi consento oggi sono analoghe a quelle in uso con lo sviluppo tradizionale.
> Uso reflex, per lo più, e mi piace sperimentare ottiche per scopi diversi da quelli per cui sono state create. Tuttavia penso che una buona foto sia tale a prescindere dallo strumento impiegato, che sia un telefono o un mirrorless da 50 mp non importa molto.
> Anche in questo caso, però, mi trovo più a mio agio con una macchina tradizionale :la sua forma, il suo peso mi costringe ad una maggiore consapevolezza su ciò che guardo e su ciò che faccio.
"COSA FOTOGRAFO"
> Di tutto! Mi affascina esplorare luoghi lontani, non solo geograficamente. I miei generi elettivi sono i paesaggi, naturalistici ed urbani, e lo still life.
> Qualunque sia il soggetto, provo però - per lo più in vano - a coglierne gli aspetti simbolici, quasi astratti. Per questo motivo ricorro spesso al bianco e nero; trovo, come tanti prima e molto meglio di me, che l’esclusione dei colori aiuti l’osservatore a ricercare la vera natura del soggetto, che si tratti di un paesaggio di montagna o di un vegetale.
> Certo poi che, in alcune situazioni, l’elemento fondamentale di una scena è proprio il colore; in quel caso i dettagli tendono a sfumare e l’immagine tende ad includere l’osservatore, quasi a volerlo riportare in quella luce che ha impressionato il fotogramma (digitale).
"I PEPERONI"
Alla domanda “perché hai fotografato dei peperoni” potrei rispondere “perché si”, nel senso che non sono certo il primo a farlo. Gli scatti di Weston sono un segno indelebile nel mio immaginario ed una fonte di ispirazione fortissima.
> Come il “peperone nr.30” anche i miei peperoni non hanno un titolo ma, a differenza dell’irraggiungibile originale, hanno conservato il loro colore naturale. C’è inoltre l’intenzione di introdurre una situazione di maggiore dinamicità, ricercando una sensazione di tensione ammiccante e sensuale ricorrendo ad un approccio spero originale.
> Anche per i peperoni tutto è naturale, colore, posizione… Tutto è stato fotografato in condizioni di luce controllata e le uniche concessioni al ritocco hanno riguardato la rimozione di fili e supporti più spesso semplicemente nascosti alle spalle dei soggetti.
Michele Truppi