25/05/2026
Nel territorio di Ponso, in provincia di Padova, durante i lavori per la costruzione della Nuova Strada Regionale 10 “Padana Inferiore” è stato fatto un grande ritrovamento archeologico, tutt’ora in corso di scavo da parte della SAP, società archeologica con cui sono orgoglioso di aver collaborato, nel suo distaccamento lombardo. Si tratta di un grande santuario dell’antico popolo dei Veneti, poi utilizzato ancora da parte dei Romani. I primi ritrovamenti emersi dal fango, infatti, sono dei cippi in pietra, alcuni decorati da rilievi, altri con iscrizioni, per lo più in caratteri derivati dall’etrusco e lingua venetica, alcuni in latino.
La continuità di santuari pre-romani in epoca romana è un fatto ben noto, in quanto generalmente i Romani non cancellavano i culti degli altri popoli, ma li assimilavano adattandoli ai propri. Ancor meno sorprende in questo contesto, dato che loro stessi si consideravano, per così dire, cugini dei Veneti: secondo il mito, infatti, erano entrambi discendenti degli esuli troiani, stabilitisi in terre diverse, guidati rispettivamente da Enea e Antenore. Questo mito, che fungeva anche da giustificazione all’alleanza, riflette però un dato di fatto da un punto di vista linguistico e culturale: in un’Italia settentrionale per lo più dominata da popolazioni celtiche, i Veneti erano invece italici, come i Latini.
Il santuario di Ponso, durante il periodo romano, è stato anche monumentalizzato, come indicano le fondazioni di edifici in pietra emersi con l’allargamento dello scavo, fra i quali un tempio circondato da colonne.
A rischio di risultare ripetitivo, non posso evitare le mie solite considerazioni. Queste grandi scoperte, che tanto esaltano la maggior parte delle persone e anche dei personaggi politici (è stato fatto un post anche dall’ex governatore Zaia), non sarebbero possibili senza gli archeologi che ci lavorano e senza le Soprintendenze che impongono la loro presenza durante i cantieri. La maggior parte dei ritrovamenti verrebbe distrutta, o perché non riconosciuta da occhi non esperti o per non perdere tempo e denaro (in questo secondo caso ricordiamo che non è furbizia ma reato). Eppure, molti vedono le Soprintendenze come un fastidio da eliminare perché rallentano i lavori. Proprio su questo c’è stato di recente un duro scontro fra i ministri Salvini e Giuli, dove, almeno per il momento, ha avuto la meglio il secondo. Senza voler attaccare nessuno, faccio osservare che voler valorizzare la “nostra storia” e le “nostre tradizioni”, senza però accettare vincoli di alcun tipo all’attività edile, in un territorio già pesantemente edificato, è come volere la botte piena e la moglie ubriaca.
Per chi volesse vedere qualcosa in più, consiglio questo video di Archaeoreporter, uno dei pochi siti dove, a mio avviso, i giornalisti parlano di archeologia con cognizione di causa.
https://youtu.be/uubCDJbJsx4?si=mkAtNqTaMSxcZL3J
Filippo Molteni,