20/03/2026
Sacrosanta verità.
“MEGLIO L’AUTO PULITA CHE UNA CITTÀ VIVIBILE?”
Qualche settimana fa ho postato un commento dal titolo "Gli italiani odiano gli alberi". Ieri, invece, ho commentato un articolo che ha investigato l'effetto delle soluzioni basate sulla natura sulla riduzione dell'isola di calore.
Stamani, mentre prendevo un caffè al bar, la barista ha pronunciato la seguente frase: "Ora faccio una petizione per far abbattere questi alberi (ndr esemplari di frassino maggiore di 20-25 anni). Volevo lavare la macchina, ma è inutile, me la sporcano subito". E un cliente: "gli alberi in città danno solo noia e ci vanno anche gli uccelli che poi c...sulle macchine", fai bene a fare una petizione....Ecco questa è la "drammatica" realtà. Conta più avere la macchina pulita (anche se la polvere sarà molto più presente, proprio per la mancanza di alberi), anche se a 50 gradi e con abitazioni roventi.
Quanto sopra è interessante perché condensa, in poche battute quotidiane, una tensione culturale piuttosto profonda: il conflitto tra utilità immediata e beneficio collettivo di lungo periodo.
La reazione della barista e del cliente non è, in fondo, sorprendente. L’albero viene percepito attraverso il disagio diretto e tangibile che produce: sporca, richiede manutenzione, introduce elementi “non controllabili” come gli uccelli. È una percezione fortemente antropocentrica e a breve termine, in cui il valore di un elemento naturale è misurato esclusivamente in funzione del comfort individuale immediato.
Quello che colpisce è l’assenza quasi totale di consapevolezza del bilancio complessivo: gli alberi urbani non sono arredi opzionali, ma infrastrutture ecologiche. Regolano la temperatura, intercettano polveri sottili, riducono l’effetto isola di calore, migliorano la qualità della vita anche dal punto di vista psicologico. Il paradosso che emerge nel tuo esempio è evidente: si invoca l’abbattimento per evitare un fastidio minimo, senza considerare che proprio quell’azione amplificherà problemi ben più gravi — caldo estremo, aria peggiore, spazi urbani meno vivibili.
In questo senso, la “drammatica realtà” non è tanto l’odio per gli alberi in sé, quanto una forma di miopia ambientale diffusa. È la difficoltà di collegare causa ed effetto su scale temporali più ampie, e di riconoscere che il benessere individuale passa inevitabilmente attraverso beni comuni che richiedono anche una certa tolleranza del disagio.
L’auto sporca diventa così un simbolo: rappresenta la priorità assegnata a un ordine superficiale e immediato rispetto a un equilibrio più complesso e meno visibile, ma decisivo. E finché questa gerarchia di valori rimane invariata, qualsiasi discorso sulla qualità ambientale urbana rischia di scontrarsi con resistenze culturali prima ancora che tecniche.