22/02/2026
E in mezzo alla piazza della città e da una parte e dall'altra del fiume si trova l'Albero della Vita, che fa dodici frutti e che porta il suo frutto ogni mese. Apocalisse, 22,2
Emanuela Garimberti
Prima ancora che la figura dell’albero venisse abbinata all’idea di famiglia nella canonizzazione figurativa dei cosiddetti alberi genealogici, è esistita per tutto il Medioevo una ricchissima simbologia che connetteva l’elemento vegetale al ciclo della vita. Più che mero elemento decorativo, esso era un complesso simbolo teologico che intrecciava natura, umanità e spiritualità. L'albero rappresentava innanzitutto la connessione tra il mondo terreno e quello divino, fungendo da scala tra terra e cielo. In ambito cristiano si identificava anche con la croce, il ‘nuovo legno’ che riscattava l'umanità dalla profanazione dell'albero della conoscenza nell'Eden. Spesso raffigurato con frutti o rami rigogliosi, l’albero simboleggiava la concordia e la ciclicità della vita eterna che trionfa sulla morte. Non era solo un simbolo religioso, ma una vera enciclopedia visiva del sapere medievale, espressione di una contaminazione culturale che spesso affiancava scene bibliche a figure della mitologia classica e leggende pagane, o al ciclo dei mesi che illustrava lo scorrere del tempo mediante il lavoro agricolo. Tra i rami si nascondevano frequentemente creature reali, fantastiche e mostruose (uomini, animali, mostri, draghi e sirene), che rappresentavano il caos, il peccato o la limitatezza terrena, contrapposti alla linearità del tronco che guidava lo sguardo verso il cielo, la perfezione e la salvezza.
Noi però non abbiamo inventato nulla: nel Medioevo l'albero era la forma stessa della vita e della conoscenza.